Il woke è morto
- Michele Micheletti

- 27 ago
- Tempo di lettura: 9 min
La grande sbornia identitaria e l'hang-over del ritorno alla realtà

Il woke è morto, o quantomeno dovrebbe essere finita la fase nella quale sembrava impossibile metterlo in discussione senza essere immediatamente classificati come reazionari, omofobi, razzisti, sessisti e, ovviamente, fascisti o appartenenti a qualche altra categoria dell’immenso catalogo delle nuove e vecchie colpe rispolverate e riadattate alla necessità mentale del naufragio cognitivo. Non sono morte, naturalmente, la lotta contro il razzismo, la difesa delle minoranze, la parità tra uomini e donne o il diritto di ciascuno a vivere liberamente la propria sessualità. Il punto è un altro. A essere entrata in crisi è quella gigantesca costruzione ideologica che, partendo da battaglie spesso giuste, ha progressivamente perso il senso della misura fino a pretendere di ridefinire la realtà, il linguaggio, l’identità e perfino le regole elementari della convivenza.
Siamo davvero certi che la finalità del woke fosse quella di voler rispettare assolutamente le persone per come esse sono.? Il vero problema del woke è stato quello di voler trasformare il rispetto in un sistema di pensiero obbligatorio allargato e demenziale. Da qui è partita quella deriva che tutti abbiamo potuto osservare nella quale l’individuo è diventato sempre meno importante e sono diventate sempre più importanti le categorie alle quali veniva assegnato. Uomo, donna, bianco, nero, cisgender, transgender, non binario, privilegiato, oppresso, colonizzatore, colonizzato. Una classificazione continua dell’essere umano che, con il pretesto di liberarci dagli stereotipi, ha finito per rimettere lo stereotipo al centro della scena. Ogni categoria può essere utile per descrivere un aspetto dell’esperienza, ma diventa limitante quando finisce per dire all’individuo chi è. Se il woke voleva una maggiore coscienza, sempre ammesso che la volesse, non ha sicuramente compreso che la coscienza evolve, in senso psicologico e filosofico, quando aumenta la capacità di integrare parti diverse di sé, tollerare l’ambivalenza, superare identificazioni rigide e percepirsi come qualcosa di più ampio delle singole appartenenze. La parcellizzazione compie il movimento opposto: frammenta il soggetto in identità, sottocategorie e definizioni sempre più minute, irrigidendo il bisogno di appartenenza e accentuando la separazione tra “noi” e “loro”. In questa prospettiva, più l’Io viene ridotto a una somma di etichette, meno spazio resta per una coscienza capace di osservarle, relativizzarle e trascenderle. L’evoluzione della coscienza non consiste nel trovare una definizione sempre più precisa di sé, ma nel diventare progressivamente meno prigionieri delle definizioni.
A un certo punto questa logica dell'accusa e della psico-categorizzazione identitaria ha cominciato a spingersi ancora oltre. Se la mia identità è definita esclusivamente da ciò che percepisco interiormente e qualsiasi limite esterno viene interpretato come una forma di oppressione, dove termina il principio di autodeterminazione? È una domanda che il woke più radicale ha spesso preferito non affrontare inventandosi inganni semantici per confermare le proprie credenze. Ed è proprio in questo spazio che sono diventate visibili forme sempre più estreme di identità soggettiva. Esistono davvero comunità therian nelle quali alcune persone affermano di identificarsi, sul piano psicologico o spirituale, con animali; esistono gli otherkin, che possono identificarsi con creature non umane o fantastiche, e la letteratura accademica ha persino descritto casi di machinekin, persone che raccontano la propria identità attraverso macchine o oggetti tecnologici. Sono fenomeni marginali, è importante dirlo, e sarebbe scorretto confonderli con l’intera cultura LGBT o con le persone transgender. Ma proprio la loro esistenza pone una domanda culturale interessante: se qualunque identità dichiarata diventa per principio indisponibile alla discussione, quale criterio ci rimane per distinguere un’identità socialmente riconoscibile da una percezione puramente soggettiva?
Il paradosso è che siamo passati in pochi anni dalla sacrosanta affermazione “non discriminare una persona per ciò che è” a qualcosa di molto diverso: “devi riconoscere la definizione che quella persona dà di se stessa e devi utilizzare il linguaggio con il quale pretende di essere riconosciuta”. Sono due cose profondamente diverse. La prima riguarda la libertà. La seconda può riguardare l’obbligo degli altri. Ed è proprio questo passaggio che ha trasformato una battaglia per i diritti in una battaglia sul controllo del linguaggio.
Lo abbiamo visto con la proliferazione dei pronomi, con moduli aziendali e universitari sempre più dettagliati sull’identità di genere, con formule linguistiche continuamente aggiornate e con il timore di utilizzare la parola sbagliata. Lo abbiamo visto perfino nei bagni. Negli Stati Uniti numerose università hanno introdotto centinaia di servizi definiti all gender o gender neutral. Colorado State University, per esempio, dichiara di aver convertito 242 bagni individuali in “All Gender Restrooms”, mentre Adelphi University ne elenca 37. Altri campus utilizzano contemporaneamente diciture come men, women, restroom, unisex, all gender e family restroom. Non significa che esistano ufficialmente “cinque sessi” e sarebbe scorretto presentarlo così; significa però che anche una funzione biologicamente elementare come andare in bagno è diventata un terreno sul quale l’istituzione sente il bisogno di produrre nomenclature, mappe, regolamenti e politiche identitarie. È probabilmente questo uno degli aspetti più problematici dell’intero fenomeno. Quando il linguaggio della protezione si sovrappone a quello della libertà, diventa possibile limitare il confronto convincendosi di stare facendo del bene. Non è nemmeno necessario vietare formalmente un’opinione. È sufficiente creare un clima nel quale le persone imparino che esprimere determinate posizioni può avere un costo sociale o professionale troppo elevato. E l’autocensura, da questo punto di vista, è molto più efficace della censura esplicita: non occorre impedire a qualcuno di parlare se lo si è convinto che è più prudente tacere. Il linguaggio è diventato così uno dei principali campi di battaglia. È evidente che le parole possano ferire, umiliare o alimentare stereotipi, e nessuna persona ragionevole dovrebbe negare l’importanza di una comunicazione rispettosa. Ma una cosa è sviluppare una maggiore sensibilità verso il linguaggio e un’altra è costruire un sistema nel quale le parole diventano continuamente indicatori di purezza morale. Quando il lessico corretto cambia rapidamente e chi utilizza un termine sbagliato viene immediatamente classificato, il linguaggio smette di essere soltanto uno strumento per comunicare e diventa un test di appartenenza. Le parole servono allora per dimostrare da che parte stiamo.
Il linguaggio serve a sostenere le cause, tutte le possibili cause che rientrano nella struttura dell'ideologia. Il fenomeno che alcuni studiosi hanno chiamato moral grandstanding descrive bene questa dinamica. Non basta più sostenere una causa: occorre mostrare di sostenerla con maggiore convinzione degli altri, dimostrare di essere più sensibili, più consapevoli e più moralmente avanzati. Ma quando l’appartenenza al gruppo dipende dalla purezza, la purezza deve continuamente essere ridefinita. Ciò che ieri appariva progressista oggi può risultare insufficiente e chi fino a poco tempo prima apparteneva pienamente al gruppo può improvvisamente diventare sospetto. È il meccanismo tipico di tutte le ortodossie: a un certo punto iniziano a divorare anche i propri fedeli. È qui che il woke comincia quasi a diventare la caricatura di se stesso. Un movimento che dichiarava di voler impedire alla società di ossessionarsi sul genere ha prodotto un ambiente nel quale il genere viene chiesto, dichiarato, specificato e amministrato molto più di prima. Un movimento nato per evitare che le persone fossero definite dalla propria appartenenza ha moltiplicato le appartenenze. Un movimento che proclamava la diversità ha mostrato una sorprendente difficoltà nell’accettare la forma di diversità più importante in una società libera: la diversità delle idee. Ed è probabilmente questa la contraddizione più grave.
Perché sul colore della pelle, sull’orientamento sessuale, sul genere e sull’identità bisognava essere infinitamente inclusivi, mentre sul pensiero l’inclusione poteva improvvisamente scomparire. Il professore che sosteneva una tesi sgradita poteva essere contestato fino a impedirgli di parlare. Il comico doveva misurare le battute. Il giornalista rischiava campagne di indignazione. Il dipendente imparava rapidamente quali opinioni fosse prudente non esprimere. Il relatore controverso poteva essere disinvitato dall’università che avrebbe dovuto essere precisamente il luogo nel quale le idee vengono messe alla prova. Chiamare tutto questo “fascismo” senza ulteriori precisazioni sarebbe storicamente improprio, perché il fascismo è stato un sistema politico preciso, con uno Stato autoritario, repressione organizzata e violenza istituzionale. Ma parlare di una pulsione autoritaria esercitata in nome dell’inclusione è perfettamente legittimo. Il cortocircuito è proprio questo: si celebra la diversità delle identità e contemporaneamente si può diventare intolleranti verso la diversità delle opinioni.
I dati sul clima universitario americano mostrano che il problema non è soltanto immaginario. FIRE, organizzazione esplicitamente impegnata nella difesa della libertà di espressione, ha documentato decine di campagne di deplatforming e 102 casi riusciti nelle 257 università analizzate per il ranking 2025, tra cancellazioni di eventi, revoche degli inviti e interruzioni sostanziali degli interventi. Nei dati 2026 di alcune università quote molto elevate di studenti dichiarano inoltre di autocensurarsi almeno una o due volte al mese. Sono dati che vanno letti considerando la fonte e la metodologia, ma descrivono comunque un clima nel quale il dissenso può essere percepito come costoso. Qui si trova forse la parte più inquietante dell’intera vicenda. Non serve più un censore quando le persone hanno imparato a censurarsi da sole. Basta costruire un ambiente nel quale tutti sappiano che alcune parole, alcune domande e alcune opinioni possono trasformarti rapidamente da interlocutore in imputato morale. Ed è un sistema formidabile, perché può essere applicato continuando a dichiararsi dalla parte della libertà.
La stessa deformazione è avvenuta con il concetto di vulnerabilità. Si è cominciato giustamente a parlare di bullismo, discriminazione, trauma e violenza psicologica, rompendo un silenzio che per molto tempo aveva lasciato sole moltissime persone. Poi, progressivamente, il confine si è allargato. Lo psicologo Nick Haslam ha chiamato concept creep proprio questa espansione delle categorie del danno. Se però qualunque parola sgradita diventa microaggressione, qualunque esperienza spiacevole rischia di diventare trauma e qualunque opinione provocatoria viene vissuta come una minaccia alla sicurezza, il risultato non è necessariamente una persona più libera. Può essere una persona che si percepisce sempre più fragile. Ed è un’altra gigantesca contraddizione del woke: voler produrre empowerment costruendo contemporaneamente un’identità fondata sulla vulnerabilità.
Una società adulta dovrebbe insegnare alle persone che esistono discriminazioni da combattere, ma anche sconfitte da sopportare; ingiustizie da denunciare, ma anche parole stupide da ignorare; aggressioni dalle quali difendersi, ma anche opinioni offensive con le quali imparare a convivere. Non tutto ciò che ci ferisce deve essere proibito e non tutto ciò che ci disturba ci danneggia. Poi c’è la cultura della vittima. Anche qui il punto di partenza era sacrosanto: dare voce a chi per molto tempo non l’aveva avuta. Il problema nasce quando la condizione di vittima comincia a trasformarsi in una posizione di autorità morale. Soffrire merita rispetto, ma non conferisce automaticamente ragione. Appartenere a una minoranza non rende infallibili, così come appartenere a una maggioranza non rende automaticamente oppressori.
Eppure la cultura woke ha costruito una strana piramide morale nella quale il valore della parola poteva dipendere dalla posizione occupata nella gerarchia delle oppressioni. Si arrivava così al paradosso per cui, per combattere la discriminazione, bisognava continuamente chiedere alle persone a quale razza, genere o categoria appartenessero. L’antirazzismo rischiava di diventare ossessionato dalla razza, l’antisessismo dal sesso e la lotta agli stereotipi dalle identità.
Anche la DEI aziendale è finita dentro questo cortocircuito. L’idea iniziale era ragionevole: impedire discriminazioni e dare opportunità a persone storicamente svantaggiate. Ma quando la diversità smette di essere un obiettivo e diventa un apparato burocratico, iniziano i problemi. Training obbligatori, linguaggi prescritti, obiettivi demografici, documenti, certificazioni, uffici dedicati, dichiarazioni pubbliche. La stessa azienda che dovrebbe chiedersi se una persona è competente rischia di tornare a chiedersi innanzitutto quale casella demografica occupi. Non sorprende quindi che il clima sia cambiato rapidamente: nel 2025 Gallup registrava negli Stati Uniti una diminuzione della quota di persone che attribuiva alla DEI un’elevata priorità aziendale, e nel 2026 Reuters documentava un arretramento degli obiettivi pubblici di molte imprese. Il woke non è morto perché improvvisamente il mondo è diventato razzista, omofobo o misogino. È entrato in crisi perché ha progressivamente superato quella soglia oltre la quale una richiesta di rispetto diventa richiesta di obbedienza. Ha confuso il diritto di una persona a essere libera con il diritto di imporre agli altri la propria rappresentazione della realtà perdendo completamente ogni possibile ragionevolezza. Ha trasformato la sensibilità in ipersensibilità, l’inclusione in classificazione, la diversità in conformismo e la protezione in controllo.
Ma sarebbe altrettanto stupido passare adesso dalla religione woke alla religione anti-woke. Anche dall’altra parte esiste la tentazione di costruire un nuovo nemico assoluto, censurare ciò che non piace e identificarsi con la propria tribù. Cambiano i contenuti, non cambia la struttura mentale. La vera risposta non è quindi diventare anti-woke. È tornare a essere adulti. Significa riconoscere le discriminazioni quando esistono senza inventarle quando non esistono; rispettare la libertà delle persone senza essere obbligati a considerare vera ogni definizione che danno di se stesse; difendere le minoranze senza trasformarle in caste morali; rifiutare il razzismo senza tornare a classificare ossessivamente gli esseri umani per razza; proteggere chi è vulnerabile senza educarlo alla fragilità; e soprattutto difendere la diversità più difficile da sopportare, quella del pensiero. Perché la libertà comincia precisamente nel punto in cui posso guardarti, rispettarti e contemporaneamente dirti: non sono obbligato a pensare quello che pensi tu.
Ed è probabilmente questa semplice frase che il woke, nella sua fase più arrogante, aveva cominciato a dimenticare.
Riferimenti essenziali
Haslam, N. (2016). Concept Creep: Psychology's Expanding Concepts of Harm and Pathology. Psychological Inquiry, 27(1), 1–17.
Skitka, L. J., Hanson, B. E., Morgan, G. S., & Wisneski, D. C. (2021). The Psychology of Moral Conviction. Annual Review of Psychology, 72, 347–366.
Finkel, E. J. et al. (2020). Political Sectarianism in America. Science, 370, 533–536.
Grubbs, J. B., Warmke, B., Tosi, J., & James, A. S. (2020). Moral Grandstanding and Political Polarization. Journal of Research in Personality, 88, 104009.
Lukianoff, G., & Haidt, J. (2018). The Coddling of the American Mind. Penguin Press.
Mounk, Y. (2023). The Identity Trap. Penguin Press.





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