Evolvere la coscienza e progressione spirituale, non confondete questi due aspetti.
- Michele Micheletti

- 6 giorni fa
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Quando parliamo di evoluzione della coscienza e di progressione spirituale tendiamo spesso a utilizzare le due espressioni come se indicassero la stessa cosa. In realtà descrivono fenomeni differenti, anche se profondamente connessi. L’evoluzione della coscienza riguarda il modo in cui diventiamo progressivamente capaci di osservare, comprendere e integrare la nostra esperienza; la progressione spirituale riguarda invece la direzione che questa crescente consapevolezza può assumere quando l’essere umano comincia a interrogarsi sul significato della propria esistenza, sul rapporto con gli altri, sulla propria appartenenza a qualcosa di più grande dell’Io individuale e, eventualmente, sulla dimensione trascendente dell’esistenza.
La distinzione è importante anche dal punto di vista scientifico. La psicologia e le neuroscienze possono studiare processi come la consapevolezza di sé, la metacognizione, l’autoregolazione, il decentramento, la modificazione degli schemi del Sé, le esperienze di auto-trascendenza e gli effetti delle pratiche contemplative. Non possono invece dimostrare scientificamente che esista una gerarchia universale di “livelli spirituali”, né stabilire quale sia la natura ultima della coscienza o se esista una realtà trascendente. Queste ultime domande appartengono alla filosofia, alla metafisica e alle tradizioni spirituali.
Esiste tuttavia un territorio di confine estremamente interessante nel quale psicologia della coscienza e spiritualità sembrano incontrarsi. Ed è proprio questo territorio che merita di essere esplorato.
Dall’identificazione alla consapevolezza
Uno dei passaggi fondamentali nell’evoluzione psicologica dell’essere umano consiste nella capacità di smettere di coincidere completamente con ciò che attraversa la propria mente: l'identificazione con il pensiero.
Normalmente viviamo immersi nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni, nei nostri giudizi e nelle nostre narrazioni. Non diciamo soltanto “sto sperimentando paura”, ma sentiamo di essere quella paura. Non osserviamo semplicemente un pensiero, ma tendiamo a considerarlo una rappresentazione fedele della realtà. Non possediamo soltanto determinate convinzioni: molto spesso siamo psicologicamente organizzati intorno ad esse.
Questo fenomeno riguarda anche l’identità. Ruolo professionale, appartenenza sociale, ideologia, successo, fallimento, riconoscimento degli altri, storia familiare e narrazione biografica possono diventare elementi con i quali l’Io finisce per identificarsi quasi completamente.
Evolvere la coscienza significa allora, in una prima accezione, diventare capaci di osservare ciò con cui precedentemente eravamo identificati. Una prospettiva particolarmente interessante è quella proposta da Robert Kegan. Nel suo modello dello sviluppo adulto, Kegan descrive la crescita psicologica attraverso una progressiva trasformazione della relazione fra ciò che è “soggetto” e ciò che può diventare “oggetto” della nostra consapevolezza. Ciò che inizialmente ci possiede, e che quindi non siamo capaci di osservare dall’esterno, può progressivamente diventare qualcosa che riconosciamo, analizziamo e regoliamo. Lo sviluppo comporta quindi un ampliamento della capacità di prendere prospettiva sulla propria stessa organizzazione mentale.
È una trasformazione enorme.
Tra “sono arrabbiato” e “mi accorgo che dentro di me sta emergendo rabbia” esiste apparentemente una differenza linguistica minima. Psicologicamente, invece, può aprirsi uno spazio decisivo. Nel secondo caso compare un osservatore dell’esperienza. La coscienza non è più interamente assorbita dal proprio contenuto.
Ed è proprio in questo spazio che può cominciare qualcosa che assomiglia alla ricerca spirituale.
Quando la coscienza comincia a osservare se stessa
Una volta che l’essere umano scopre di poter osservare i propri pensieri, inevitabilmente si presenta una domanda più radicale: chi è colui che osserva?
Non è necessario interpretare questa domanda in termini metafisici. Dal punto di vista psicologico possiamo limitarci a osservare che la capacità di diventare consapevoli dei propri processi mentali introduce una distinzione tra esperienza e consapevolezza dell’esperienza. La ricerca sulle pratiche contemplative ha dedicato una crescente attenzione proprio a questi processi.
David Vago e David Silbersweig hanno proposto il modello S-ART (Self-Awareness, Self-Regulation and Self-Transcendence) secondo il quale alcune pratiche di mindfulness possono essere comprese attraverso l'interazione tra tre grandi processi: consapevolezza di sé, autoregolazione e auto-trascendenza. Nel modello, l’auto-trascendenza non implica necessariamente una credenza religiosa: riguarda piuttosto un cambiamento nella relazione con il Sé, accompagnato da una riduzione di alcuni processi autoreferenziali e da una maggiore integrazione con l’esperienza e con gli altri.
Gli autori hanno successivamente approfondito alcuni dei meccanismi cognitivi attraverso cui differenti pratiche contemplative possono agire sulla costruzione del Sé distinguendo pratiche attentive, costruttive e de-costruttive, mettendo in evidenza fenomeni come meta-consapevolezza, rivalutazione cognitiva, presa di prospettiva e indagine sui propri schemi del Sé. Un elemento particolarmente interessante è il concetto di experiential fusion: la condizione nella quale pensieri, emozioni e rappresentazioni vengono vissuti come se coincidessero con la realtà stessa. Le pratiche de-costruttive possono contribuire a rendere visibile questa fusione.
Si delinea così una possibile definizione dell’evoluzione della coscienza: aumentare progressivamente la capacità di vedere i processi attraverso i quali costruiamo la nostra esperienza senza esserne completamente dominati.
Dall’autoconsapevolezza all’auto-trascendenza
È a questo punto che evoluzione della coscienza e progressione spirituale possono iniziare a convergere.
La spiritualità, infatti, non deve necessariamente essere definita attraverso l’adesione a una religione. Nella psicologia contemporanea della religione uno degli autori più importanti, Kenneth Pargament, ha proposto di comprendere la spiritualità attraverso la ricerca del sacro, sottolineando nello stesso tempo che religione e spiritualità possono produrre effetti psicologici tanto costruttivi quanto problematici.
Il punto decisivo diventa allora il progressivo decentramento dell’Io.
L’Io non scompare. Sarebbe ingenuo pensarlo, oltre che psicologicamente problematico. Continuiamo ad avere un’identità, una biografia, esigenze, confini, responsabilità, desideri e progetti. Ciò che può cambiare è la convinzione implicita che l’Io costituisca l’unico centro possibile dell’esperienza. L’essere umano può cominciare a percepirsi all’interno di sistemi progressivamente più ampi: la relazione con gli altri, la comunità, la natura, l’umanità, la vita. Per alcune persone questa espansione assume una forma religiosa; per altre filosofica, contemplativa, etica o esistenziale.
La letteratura scientifica ha cominciato a studiare fenomeni di questo tipo attraverso il concetto di self-transcendent experiences, esperienze auto-trascendenti.
Yaden e colleghi le descrivono come stati nei quali diminuisce temporaneamente la salienza del Sé mentre aumenta il senso di connessione con qualcosa percepito come più ampio. La categoria comprende fenomeni molto differenti: mindfulness, stati di flow, stupore profondo (awe), peak experiences ed esperienze di tipo mistico. Gli autori non sostengono che queste esperienze dimostrino l’esistenza di una realtà trascendente; mostrano invece che la modificazione temporanea dei confini psicologici del Sé costituisce un fenomeno reale e studiabile.
Ed è questa distinzione ad essere fondamentale. La scienza può studiare l’esperienza della trascendenza. Non può, con gli stessi strumenti, determinare ontologicamente che cosa esista oltre l’esperienza.
La spiritualità non coincide con l’evoluzione
Esiste però un errore molto frequente: immaginare che interessarsi alla spiritualità significhi automaticamente aver raggiunto un livello superiore di coscienza. Non è affatto così.
Una persona può meditare, utilizzare un sofisticato linguaggio spirituale, parlare continuamente di energia, amore, universo, consapevolezza e trascendenza e continuare nello stesso tempo a essere dominata dalla propria reattività, dal bisogno di riconoscimento, dalla paura, dal narcisismo o dalla necessità di avere ragione.
In alcuni casi la spiritualità può addirittura diventare un nuovo sistema di difesa dell’Io.
La letteratura psicologica utilizza a questo proposito il concetto di spiritual bypassing: l’utilizzo delle credenze o delle pratiche spirituali per evitare il contatto con conflitti emotivi, ferite psicologiche o problematiche personali ancora irrisolte. Cashwell, Bentley e Yarborough hanno descritto il fenomeno sottolineando la necessità di integrare lo sviluppo spirituale con quello cognitivo, emotivo e corporeo anziché utilizzare il primo per evitare gli altri.
Una recente sintesi qualitativa della letteratura ha ulteriormente mostrato quanto il fenomeno sia complesso: la spiritualità può inizialmente funzionare come modalità per affrontare il dolore ma trasformarsi in un meccanismo di evitamento quando impedisce il contatto con le dimensioni psicologiche dell’esperienza. La direzione più evolutiva sembra essere quella di una spiritualità integrativa, capace di convivere con l’elaborazione emotiva anziché sostituirla.
Questo significa che la vera domanda non dovrebbe essere: “Quanto sono spirituale?”, ma piuttosto: “Che cosa produce concretamente in me il mio percorso spirituale?”
Mi rende meno o più reattivo? Più capace di riconoscere i miei automatismi? Più disponibile a mettere in discussione le mie convinzioni? Più responsabile delle conseguenze delle mie azioni? Più capace di comprendere prospettive differenti dalla mia?
Sono domande molto più scomode di qualsiasi dichiarazione di appartenenza spirituale e, probabilmente, sono anche molto più autentiche.
Una possibile progressione della coscienza
Possiamo quindi tentare di costruire una mappa. Non una scala scientificamente dimostrata e neppure una classificazione delle persone in individui “più evoluti” e “meno evoluti”. Piuttosto una rappresentazione fenomenologica del movimento attraverso cui la coscienza può trasformare il proprio rapporto con l’esperienza.
IDENTIFICAZIONE → OSSERVAZIONE → INTEGRAZIONE → DECENTRAMENTO → TRASCENDIMENTO → UNITÀ
Nell’identificazione, la coscienza tende a coincidere con i propri contenuti. Io sono ciò che penso, ciò che provo, ciò che possiedo, il mio ruolo, la mia storia, il mio gruppo, le mie convinzioni.
Nell’osservazione compare la possibilità di vedere questi contenuti. Pensieri ed emozioni rimangono presenti, ma non costituiscono necessariamente tutta la realtà.
Nell’integrazione la persona diventa progressivamente capace di riconoscere anche le parti contraddittorie di sé. Non deve continuamente espellere ciò che disturba l’immagine ideale del proprio Io. La complessità diventa sopportabile.
Nel decentramento, il proprio punto di vista cessa di essere percepito come l’unico possibile. L’Io rimane, ma viene progressivamente relativizzato all’interno di sistemi di relazione più ampi.
Nel trascendimento, l’esperienza può aprirsi verso qualcosa che oltrepassa i confini abituali dell’identità individuale: l’altro, la natura, l’umanità, il sacro, la vita stessa o una dimensione trascendente, a seconda dell’interpretazione personale.
Infine, ciò che possiamo chiamare unità non dovrebbe essere inteso ingenuamente come uno stato mistico permanente o come il punto finale di una gerarchia. Può essere concepito più prudentemente come l’esperienza nella quale la separazione assoluta tra Io e mondo perde parte della propria rigidità e la persona sperimenta una maggiore continuità tra sé, gli altri e la realtà di cui fa parte.
La sequenza non è necessariamente lineare. Possiamo essere estremamente consapevoli in un ambito della nostra vita e completamente identificati in un altro. Possiamo vivere esperienze intense di trascendenza e, poche ore dopo, essere nuovamente catturati dai nostri automatismi. L’evoluzione della coscienza sembra assomigliare più a una spirale che a una scala.
Il paradosso dell’evoluzione spirituale
Arriviamo così a un paradosso: più la coscienza evolve, meno dovrebbe avere bisogno di dichiararsi evoluta.
Se la progressione spirituale comporta realmente un ridimensionamento della centralità dell’Io, allora la necessità di considerarsi superiori, più consapevoli, più risvegliati o appartenenti a un livello più elevato dovrebbe progressivamente diminuire.
L’evoluzione spirituale non consiste quindi nell’acquisire un’identità spirituale più sofisticata. Potrebbe consistere esattamente nel contrario: diventare progressivamente meno dipendenti dalle identità attraverso cui abbiamo bisogno di definirci. La coscienza cresce quando aumenta ciò che siamo capaci di osservare senza esserne immediatamente catturati. La progressione spirituale comincia quando questa nuova capacità modifica il nostro modo di stare nel mondo.
Potremmo allora condensare la relazione fra i due processi in due formule.
Evolvere la coscienza significa ampliare ciò che siamo capaci di vedere.
Progredire spiritualmente significa trasformare il nostro modo di essere grazie a ciò che abbiamo imparato a vedere.
La prima riguarda l’ampliamento della consapevolezza. La seconda riguarda ciò che facciamo di quella consapevolezza.
Ed è probabilmente nella loro intersezione che avviene la trasformazione più interessante: quando comprendere se stessi non serve più semplicemente a stare meglio o a controllare meglio la realtà, ma diventa il punto di partenza per modificare la propria relazione con l’esistenza.
Forse la spiritualità, vista da questa prospettiva, non è qualcosa che dobbiamo aggiungere alla coscienza.
È ciò che può cominciare ad apparire quando la coscienza diventa abbastanza ampia da interrogarsi sui propri stessi confini.
Riferimenti bibliografici
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Michele Micheletti





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